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QUATTRO FOTO TUTTE UGUALI

Pretesto per un noioso pistolotto comportamentale

Spesso capita di vedere, viaggiando e visitando situazioni di estrema povertà, che siano nel primo secondo o terzo mondo (ma il quarto esiste?), un qualche fotografo (non un viaggiatore munito di macchina fotografica, ma davvero un se-affermante professionista) che, impugnando costose attrezzature, riprende bambini o adulti per poi ripartirsene due minuti dopo (se va bene ringraziando o distribuendo caramelle), senza aver neppure fintamente cercato una qualche interazione emotiva con chi ha ripreso, soddisfatto però delle espressioni che è riuscito ad immortalare e portarsi a casa.

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Altre volte, peggio ma l'ho visto, il fotografo (con appeso al collo un importo pari allo stipendio di due vite di chi gli sta davanti), dispone i bambini in irregolare fila, cercando la luce più favorevole, magari un pò sfalsati, per ottenere un bel gioco di profondità di campo. Poi saluta, prende e se ne va. Cosa pensino i bambini rimasti lì nessuno lo sa.

I motivi ci sono tutti: non si ha tempo (per i ritmi auto-imposti del proprio viaggiare) di entrare in confidenza, guadagnare la fiducia, scambiare delle sensazioni, creare delle emozioni, soddisfare curiosità degli altri e proprie. Non si conosce la lingua, non si sa comunicare. Ecc.     Tutte Balle! Un fotografo prima di catturare un'immagine deve conoscere almeno per sommi capi quello che entra nel suo scatto, per poter comunicare ad altri qualcosa su di esso.

Quante volte poi si sente raccontare "che posto lì: i bambini ti inseguono e pretendono un dollaro/euro/doblone perchè gli hai fatto una foto". Vogliamo forse affrontare il tema della "liberatoria" con tutte le noie ad essa collegate che è necessario far firmare nel nostro progredito Occidente?

Infatti si torna a casa con foto identiche a quelle già fatte da tanti altri, anzi con delle foto che si avevano già in mente prima di partire, prima di vedere il posto dove si è andati; si torna conoscendo poco di più di quanto si sapeva al momento di essersi informati prima di partire, quando si avevano già in mente le foto che si sarebbero volute scattare. Quali ricordi personali sono comunque legati ad una foto "scatta e fuggi"?

Invece, specialmente con i bambini che si incontrano (in tutto il mondo curiosi per natura), il tempo per entrare in confidenza, per conoscersi a vicenda, lo si DEVE trovare, anche perchè solo con questa forma di rispetto è possibile dare almeno un qualcosa in cambio a chi si lascia fotografare; e poi con i bambini tutto ciò si trasforma in un incontro affascinante ed impossibile da dimenticare.

Le foto prese a pretesto sono state scattate tutte nello stesso posto (una piantagione di canna da zucchero in Ecuador) e nello stesso momento e testimoniano il progressivo passaggio da una diffidenza iniziale al successivo entusiasmo manifestato da ciascuno con tempi diversi, man mano che si è cercato di entrare in un rapporto di interazione con loro (sorrisi, battutine, ammiccamenti, soprattutto un atteggiamento col quale si cercava di dimostrar loro l'importanza che avevano questi "modelli"). Sono foto tutte uguali, ma guardate nella successione le espressioni di ogni singolo ragazzino/a...

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E l'espressione dei genitori sullo sfondo a destra, una volta conquistata la confidenza con i ragazzini?

Infine le macchine digitali, con la possibilità di vedere subito gli scatti un pò come le vecchie Polaroid, aiutano molto a divertire i ragazzini mostrando loro quel che si aveva intenzione di fare:

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La ragazzina a sinistra è la stessa della prima foto della pagina, quella in bianconero, scattata appena arrivati sul posto: la si riconosce solo dalla maglia....


Sperando che come tutti i pistolotti moralistici non sia stato soltanto noioso ma serva invece almeno qualche volta ad evitare errori comuni a tutti noi, viaggiatori e fotografi "responsabili",
ALLA PROSSIMA!
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